Arte e cultura non sono più considerate soltanto strumenti di crescita individuale o partecipazione sociale, ma sempre più spesso entrano a far parte di percorsi dedicati alla salute e al benessere. È il principio alla base della prescrizione sociale, un approccio che affida anche alle attività culturali un ruolo nel supporto alla salute mentale, fisica e relazionale delle persone. A delineare le caratteristiche di questo fenomeno è stata la prima indagine nazionale realizzata dal Cultural Welfare Center (CCW) con il sostegno della Fondazione Compagnia di San Paolo. Lo studio ha censito 918 organizzazioni attive nel campo del welfare culturale, restituendo l’immagine di una rete ampia e articolata che coinvolge istituzioni culturali, servizi sociali e professionisti della salute. Tra le realtà mappate figurano 617 Unità di Prescrizione Sociale (UPS), che operano attraverso percorsi formalizzati di invio e accompagnamento, e 301 Unità di Welfare Culturale (UWC), organizzazioni che promuovono attività orientate al benessere senza una prescrizione strutturata ma che, nella quasi totalità dei casi, intendono adottarla in futuro.

 

Un modello italiano basato sulle reti territoriali

A differenza del modello britannico, fondato principalmente sul ruolo del medico di base, in Italia la prescrizione culturale nasce da una rete multiprofessionale composta soprattutto da psicologi, assistenti sociali, insegnanti, pediatri e psichiatri. I medici di medicina generale rappresentano ancora una quota limitata, segno di una scarsa integrazione di questi strumenti nei servizi sanitari territoriali. Le attività più diffuse sono la lettura ad alta voce, i percorsi educativi nei musei, le passeggiate culturali, il teatro e le arti visive. Gli obiettivi principali riguardano il miglioramento del benessere psicologico e delle relazioni sociali, oltre alla promozione dell’inclusione. Non a caso, molte di queste esperienze si svolgono fuori dagli spazi sanitari tradizionali, coinvolgendo musei, biblioteche, associazioni e luoghi della cultura che diventano veri e propri presìdi di comunità.

Risultati positivi e criticità strutturali

I dati raccolti mostrano un elevato livello di partecipazione: il 96% delle persone conclude il percorso intrapreso e, secondo le organizzazioni coinvolte, il 75% raggiunge gli obiettivi di benessere prefissati. Si tratta di risultati che confermano il potenziale delle attività culturali come strumenti complementari di promozione della salute e della qualità della vita. Le fragilità emergono soprattutto sul fronte della continuità. Molti progetti si concludono senza un sistema di follow-up, rendendo difficile consolidare nel tempo i benefici ottenuti. Anche la figura del link worker – il professionista che collega servizi sanitari, realtà culturali e beneficiari – è considerata essenziale ma presente stabilmente solo in una minoranza dei casi. A pesare è inoltre la mancanza di finanziamenti strutturali, che costringe numerose organizzazioni a operare con risorse limitate e a basarsi su progetti temporanei o fondi occasionali.

Un settore in crescita che chiede riconoscimento

La ricerca evidenzia inoltre forti squilibri territoriali, con una maggiore concentrazione di esperienze nel Nord-Ovest e una presenza ancora limitata nel Mezzogiorno. Una distribuzione che riflette differenze nelle reti di collaborazione, nelle opportunità di finanziamento e nella capacità di intercettare e valorizzare queste pratiche. Secondo il Cultural Welfare Center, il settore ha ormai superato la fase delle buone pratiche isolate. Le oltre 900 realtà censite dimostrano l’esistenza di un patrimonio diffuso di competenze, progetti e collaborazioni che attende di essere riconosciuto e sostenuto in modo più organico. La sfida è trasformare queste esperienze in politiche pubbliche stabili, capaci di integrare cultura, salute e servizi di comunità all’interno dei sistemi di welfare. Un passaggio che, alla luce delle crescenti evidenze scientifiche sul ruolo delle attività culturali nel benessere delle persone, appare sempre più necessario.